30 ottobre 2008

Una guerra silente e mai dichiarata


Quando la religione diventa movente

Il viaggio della fiaccola delle ultime Olimpiadi (2008) è stato il più triste dall'inizio della manifestazione nell'era moderna, scortata da militari e polizia per il timore di proteste - puntualmente accadute - soprattutto per le repressioni della piccola comunità buddista del Tibet. Così da simbolo di pace, la fiaccola si è trasformata in ostentazione di potenza economica e militare nei confronti delle minoranze e senza che i Governi stranieri si lamentassero troppo - ad esempio - dell’ingerenza del Governo nelle questioni religiose, considerato che la Cina ha fondato una propria chiesa cattolica ufficiale, perseguitando gli adepti di quella romana. I quotidiani sacrifici degli ormai tristemente noti kamikaze in Iraq, gli attacchi dei Talebani in Afghanistan, le infinite guerre degli stati africani, i rapporti molto tesi tra Pakistan - a maggioranza musulmana - e India - a maggioranza Indù - che sfociano in scaramucce continue nella regione di confine del Kashmir, le guerriglie dei militanti cattolici dell’IRA (Irish Republican Army) contro gli Orangisti che professano la supremazia dei protestanti inglesi dell’Irlanda del Nord, sono solo alcuni esempi di come le religioni hanno un ruolo importante negli scontri per il controllo delle masse. Negli ultimi giorni di agosto poi, proprio in India ci sono stati una serie di attacchi da parte degli estremisti Indù contro le comunità Cristiane accusate di aver avviato una vasta campagna di proselitismo. Questo è solo l’ultimo esempio di una guerra silente e non dichiarata, i cui i numeri negli ultimi tempi, ormai sono diventati impressionanti. Ma com'è possibile che tutto questo avvenga in nome di un Dio, chiamato in modi diversi, ma che in tutte le religioni è il Creatore della vita, dispensatore di amore e di pace tra i propri figli nati a sua immagine e somiglianza? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un salto nel passato. Devozione, questa è la definizione per comprendere ciò che spinge ad immolarsi per una causa, procurare morte e sacrificare se stessi. Per gli antichi comandanti romani la “devotio” era il rito con cui, in caso di estrema difficoltà, affidavano la propria vita e quella dell’esercito nemico agli Dei Mani e alla Terra per ottenerne la distruzione. Il termine in seguito fortunatamente ha assunto un significato più trascendentale indicando amore spirituale, ma l’origine del termine ha conservato intrinsecamente il proprio significato. Ogni movimento religioso ha un proprio armadio in cui nasconde il vero significato della devozione a cui fanno riferimento i propri adepti, almeno quelli più ortodossi. Dalla crocefissione di Cristo all'assassinio di Yitzhak Rabin, dalla Santa Inquisizione alla distruzione o "inglobalizzazione" delle culture precolombiane del continente americano, dalla Jihad contro la cultura occidentale alle lotte intestine tra sunniti e sciiti, in realtà le maggiori religioni abramitiche appaiono basate più su trattati militari ed economici che su di un unico testo sacro. Solo l’Islam e il Cristianesimo rappresentano oltre il 50% degli adepti, secondo le stime di http://www.adherents.com/ nel 2005 erano 2,1 miliardi i cristiani e 1,5 miliardi i musulmani le cui frange più integraliste spesso trasformano il proselitismo in lotta per la supremazia ideologica. Senza voler analizzare i casi che spingono singole persone ad ammazzare o perseguitare in nome di Dio e mettendo da parte i pregiudizi dovuti dalla base culturale di ognuno di noi, ci si rende conto di come a fomentare gli scontri inter-religiosi, siano pochi leader estremisti, che usano il proprio carisma per portare a termine disegni volti al controllo della popolazione e a carpirne la buona fede, solo per ottenere più peso politico ed economico. Poco importa se a sacrificarsi sono prevalentemente persone provenienti dai ceti medio bassi, indottrinati fin da piccoli ad odiare i diversi, vuoi per questioni soggettive, come la povertà indotta da occupazioni repressive, che per questioni oggettive come la lotta per la sopravvivenza e l’autodeterminazione. Per devozione quindi ci si fa esplodere in una piazza, in un ristorante, tra la folla di un mercato. Per fare questo bisogna essere annichiliti, predisporre il proprio stato d’animo a lasciare la vita convinti di trovare qualcosa di meglio dopo, di ritrovarsi in un paradiso in cui il proprio sacrificio è riconosciuto come un merito, un atto di eroismo. Uccidere in nome di un Dio vuol dire sostituirsi ad esso, avvalersi della sua facoltà di decidere della vita degli altri, quindi di prenderne il posto in un delirio di commistione tra perfezione, verità ed odio profondo. Ed è proprio questa mescolanza che rende distanti milioni di anni luce da Dio, diventandone l’antitesi, la sua negazione. Non potremo mai riuscire a comprendere appieno le emozioni, indubbiamente forti, che spingono esseri umani a decidere del destino di altri. Non dovremmo mai accettare che ci siano persone che, approfittando della disperazione, la fomentano in nome di Dio, a proprio uso e consumo.

Dal romantico autostop al road sharing


Il nuovo modo di viaggiare:
economico e ambientalista

economico e ambientalistaC’è chi lo fa per conoscere nuove persone, chi per risparmiare, chi perché è ancora convinto che l’eco-sostenibilità dell’economia è l’unica via praticabile e chi - inguaribile romantico - lo fa per ripercorrere uno dei viaggi in moto più famosi della storia a bordo di una rediviva “Poderosa”. Sono oltre 20.000 gli utenti che hanno deciso di usare Internet come forma alternativa per intraprendere un viaggio low cost. “Circa 12 anni fa volevo fare un viaggio in Germania, ma essendo ancora studente, quindi con pochi soldi in tasca, avevo bisogno di trovare mezzi di trasporto economici”. Daniele Nuzzo, oggi trentacinquenne, racconta come è nata l’idea del road sharing, il nuovo modo di concepire l’autostop utilizzando al meglio le potenzialità delle nuove tecnologie, e cioè la grande rete di Internet. “Perché allora non usare le conoscenze informatiche per farlo in maniera più organizzata?” – racconta divertito Nuzzo – e detto fatto nasce il sito viavai.it, che in poco tempo diventa un punto di riferimento per cchi, oltre ad amare il viaggio comodo navigando da un punto all’altro dell’oceano del web, ama girovagare per le magnifiche città del vecchio continente Cosi il romantico pollice tirato fuori al bordo di una strada per ore interminabili, talvolta sotto temporali, altre accontentandosi di mete alternative, è stato sostituito dalla praticità di pochi click seduti davanti al proprio pc. Nasce ufficialmente il road sharing che, a dispetto del nome anglofono (esigenza per avere una visibilità internazionale!!!), è nato dal genio che ha sempre caratterizzato il nostro bel Paese, ed in particolare da un gruppo di trentenni nati e cresciuti in una delle capitali mondiali della cultura, patria di Lorenzo De’ Medici e culla del Rinascimento, Firenze! Da poche settimane il vecchio sito è andato in pensione, e Daniele e compagni, che nel frattempo hanno trasformato in professione la passione per le nuove tecnologie informatiche fondando la società Webdev, hanno utilizzato tutte le potenzialità del Web 2.0, creando il nuovo sito http://www.roadsharing.com/. Cinque lingue, mappe dettagliate con tempi di percorrenza e kilometraggio preciso, grazie a Googlemaps, grafica semplice ma efficace, la home page sintetizza tutta la filosofia degli autostoppisti del terzo millennio, l’immagine di un omino triste perché viaggia solo, che spende ed inquina di più, si alterna ad un gruppo di tre persone felici per aver scelto la genialità semplice ed ecosostenibile di roadsharing.com. “Il 24 luglio è partito il nuovo sito, abbiamo avuto subito un riscontro grandissimo, 2500 nuove iscrizioni che si aggiungono alle 20.000 portati in eredità da viavai.it, punte di circa 2000 accessi univoci giornalieri, e dopo un primo piccolo calo concomitante con la fine del periodo delle vacanze, stiamo riavendo nuovamente tanti contatti, che anziché chiedere od offrire passaggi sporadici per mete turistiche, stanno sfruttando la potenzialità per gli spostamenti quotidiani e lavorativi” continua Daniele Nuzzo “chi offre un passaggio si registra, inserisce il luogo di partenza, il luogo di arrivo ed eventuali particolari esigenze, il percorso verrà georeferenziato grazie a Googlemaps, e si rimane in attesa di chi il passaggio lo cerca, sia verso la destinazione finale che di altre lungo il percorso”. Tra gli iscritti al sito si possono trovare tutte le fasce di età e le motivazioni che spingono a mettere a disposizione il proprio mezzo di trasporto o a cercare passaggi, sono le più disparate. C’è lo studente che utilizza il sito per dividere le spese, il professore universitario tedesco che mette a disposizione il proprio tragitto giornaliero accollandosi tutti gli oneri perché convinto che ora sia venuto il momento di ricambiare ciò che la vita gli ha dato, c’è chi approfitta dell’occasione per conoscere persone nuove, o addirittura c’è chi cerca un compagno di viaggio per emulare Ernesto “Che” Guevara nel suo viaggio in moto attraverso il Sud America. “La visibilità che abbiamo avuto è andata oltre ogni immaginazione, abbiamo contatti giornalieri da tutto il modo, dal Giappone all’Argentina, dal Brasile all’India, senza contare gli Europei, che ovviamente sono la maggioranza. Per il futuro stiamo studiando nuove funzionalità, come legare un tragitto ad eventi specifici, ad esempio se si sta cercando un passaggio per una mostra, un concerto o un evento particolare, basterà utilizzare un apposito filtro, inserire la città di partenza ed il gioco è fatto”. A spingere gli utenti ad utilizzare il servizio, completamente gratuito, è soprattutto la passione per i viaggi e l’avventura, per i nuovi incontri, per la condivisione e la cura dell’ambiente, la stessa passione che i programmatori hanno messo nello sviluppare il progetto di roadsharing. com. Per i nostalgici del pollice orizzontale un piccolo consiglio: se proprio non riuscite a tenerlo fermo… utilizzatelo al posto dell’indice per cliccare sul tasto “iscriviti”!!

04 settembre 2008

Un nuovo modo di abitare: il cohousing


Milano fa rinascere
le vecchie masserie rurali

All’inizio del secolo scorso incominciavano a nascere, nei pressi delle zone industriali, gli agglomerati urbani di edilizia popolare per ospitare la grande massa di popolazione che,prevalentemente dalle campagne del Sud Italia, si spostavano in città del Nord sognando un lavoro nelle catene di montaggio delle fabbriche.Si lasciavano alle spalle la miseria sociale delle campagne che a stento permettevano loro di vivere dignitosamente.Erano vite dure che cominciavano con i primi raggi di sole e terminavano con fatica all’imbrunire, per seguire i riti della terra e le esigenze degli animali. Però c’era qualcosa chel’industrializzazione cancellò, qualcosa di molto importante oltre al rapporto diretto con la natura e alla conoscenza ancestrale tramandata di padre in figlio.Quei grandi quartieri operai pian piano sottrassero, a chi era abituato a vivere a stretto contatto con persone che non necessariamente facevano parte della propria famiglia, la coabitazione.La rincorsa al lavoro in fabbrica coincise con l’abbandono graduale delle antiche masserie e di un tipo di vita basato sulla solidarietà e aiuto reciproco. Il nuovo modello di vita produssecambiamenti sostanziali in famiglie abituate a condividere quasi tutto, dove i più giovani si prendevano cura degli anziani i quali, a loro volta, si curavano di tramandare tradizioni econoscenza alle nuove generazioni. Dapprima cercarono di trasportare ed adattare il loro stile di vita alle nuove condizioni abitative, ma pian piano vennero soverchiati da ritmi sempre più veloci. Cosi in pochi anni si favorìun graduale disgregamento delle strutture sociali che per secoli avevano caratterizzato le campagne italiane, sostituendo il meglio rodato modello con uno individualistico. Eppure daqualche anno sta tornando in auge in Italia il modello delle vecchie masserie, il cohousing. Nato nel 1964 dall’esigenza di un architetto danese Jan Gudmand-Hoyer che con un gruppodi amici cominciò a mettere in discussione il nuovo modello sociale, ed entro la fine di quello stesso anno progettò un complesso di 12 abitazioni alla periferia di Copenhagen,attorno ad una piscina e a spazi comuni. Il progetto venne presentato quattro anni dopo in un articolo su di un quotidiano intitolato “The missing link between Utopia and dated onefamilyhouse” e subito centinaia di famiglie si misero in contatto con lui perché interessate ad un simile stile di vita. Bastò poco tempo ed il cohousing si diffuse inmolti Stati del Nord Europa. La filosofia del cohousing è la condivisione degli spazi e dei servizi, ogni abitazione è indipendente, ma ogni nucleo familiare può usufruire di ciò che è stato concepitonel progetto per la comunità, ad esempio lavanderie, salotti, giardini, stanze per gli ospiti e nei progetti più avanzati addirittura vi sono palestre, asili nido, orti e perfino auto in comune.La condivisione, quindi, è il cardine su cui far ruotare un nuovo modello di vita, basata sulla tradizione ben rodata da centinaia di anni dai modelli rurali. Ogni progetto è differente daglialtri perché differenti sono le esigenze di chi entra a farne parte, ma ci sono caratteristiche da cui non si dovrebbe mai prescindere. Innanzitutto la “progettazione partecipata”, vale a direi futuri abitanti del complesso si incontrano in modo da stabilire un modus operandi con i progettisti, per stabilire quali spazi e quali servizi condividere e come gestirli. Questa fase puòdurare anche un anno ed è la base solida del progetto. La scelta dei cohouser, altro passo fondamentale, viene fatta tra persone che manifestano le stesse esigenze, anche se con basi ideologiche e religiose differenti, l’importante è la coesione. Lagestione dei servizi, i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria e tutta l’organizzazione generale devono avere una struttura non gerarchica, ognuno deve essere a disposizione deglialtri. Il rispetto della privacy è un punto fondamentale per la riuscita del progetto, la condivisione non deve scontrarsi con l’intimità della propria abitazione in modo da non creare attrititra i coabitatori. La tendenza è inoltre quella di seguire modelli ecosostenibili, votati da una parte al risparmio energetico, dall’altro al migliore utilizzodelle risorse a disposizione. Tutto questo dovrebbe tradursi oltre ad un miglioramento del tenore di vita, anche ad un risparmio economico, avere una lavanderia o addiritturauno spazio per i bambini gestito da persone che si conoscono, di cui ci si fida e con cui si è a contatto tutti i giorni sembra una utopia, ma è solo un modello che i nostri nonni conosconobene, ognuno insomma trova un proprio ruolo appartenendo ad una sorta di famiglia allargata, e dove ognuno per le sue competenze dà il meglio di sè. In Italia il cohousing è partito quandol’agenzia per l’innovazione sociale INNOSENSE PARTNERSHIP e il Dipartimento INDACO del Politecnico di Milano si incontrano per definire un percorso per la creazione della comunità italianadei cohouser. Oltre alla ricerca e la promozione di questo stile di vita, offrono consulenze che vanno dall’individuazione delle aree al coordinamento dei coabitatori nelle prime fasi del progetto,fino alla progettazione partecipata. La maggior parte dei progetti ruotano intorno alla capitale economica d’Italia, Milano, riadattando ad esempio una vecchia masseria del ’700 o un vecchio capannone, ma la diffusionesi sta allargando anche ad altre regioni come la Toscana e il Lazio, sul sito http://www.cohousing.it/ ci sono tante richieste di persone da tutto lo stivale che vogliono cominciare a progettare una vitabasato su un modello diverso da quello imposto dalla corsa frenetica degli untimi decenni.

Prodotti locali e a km zero: la ricetta dei GAS

…perché il potere d’acquisto
può cambiare la direzione

Fagiolini dalla Tunisia e fragole dalla Spagna, olive dalla Turchia e da Israele utilizzate per produrre olio da tavola con etichetta italiana. Nulla… se si pensa ad esempio al frumento proveniente direttamente dai grandi granai del Nord Americao alle pesche che arrivano dal Brasile percorrendo migliaia di chilometri prima di arrivare alle grandi celle frigorifere della Calabria, in cui, dopo essersi riposate (perché stanche per il viaggio!) vengono lavorate per essere più appetibili alla vistae per poi finire sulle tavole di migliaia di consumatori. Tutti assolutamenteinconsapevoli che quello che si accingono a mangiare ha consumato più energia di quanta ne produce! Ma questa è la globalizzazione, e c’è chi dice che è questoil modello a cui ormai dobbiamo rassegnarci. Certo, mangiare leccornie provenienti dai quattro angoli del mondo, sentendosi un po’ Paperon de’ Paperoni può essere affascinante ed appagante, soprattutto se non si tiene conto del costoin termini di uso delle risorse che ancora abbiamo a disposizione. I paesi produttori di gas naturalie petrolio continuano a rassicurarci su riserve ancora incontaminate mentre i prezzi delle materie prime salgono alle stelle “per colpa di speculazioni”-dice qualcuno. Il potere degli Stati che detengono le proprietà dei giacimenti cresce a dismisura, e se ci aggiungiamo una politica di sviluppo di fonti alternative e rinnovabili quasi inesistente in Italia e poco sviluppata nel resto del mondo, cipossiamo rendere conto di quanto insostenibile per l’ambiente sia il tenore di vita che abbiamo noi occidentali, e che i Paesi soprattutto dell’est-asiatico hanno smesso di rincorrere solo perché ormai lo hanno superato. Un cambiamento dirotta è indispensabile a detta della stragrande maggioranza degli scienziati con un po’ di senno, mentre i politici - piegati a soddisfare esigenze delle multinazionali dei vari settori produttivi - chiedono sempre meno garanzie per i lavoratori e peri consumatori finali.“Pacha Mama” (Madre Terra, in lingua quechua) però ci manda segnali preoccupanti: terremoti, inondazioni ed uragani devastano incondizionatamente paesi ricchi e poveri. Ma fortunatamente comincia a diffondersi l’esigenza e la necessitàdi contrastare questo modello di sviluppo frenetico e senza regole, gruppi di persone hanno cominciato a sentire il bisogno di non essere più attori passivi e a discutere su come essere protagonisti nelle scelte quotidiane. Nel 1994 a Fidenza nasceil primo “Gruppo d’Acquisto Solidale”. All’imposizione dei prodotti con cui le grandi multinazionali invadono ormai gli scaffali sia dei grandi ipermercati chedelle piccole salumerie di paese, contrappongono uno stile di vita basato sulla spesa etica, ovvero la ricerca di produttori locali che preferibilmente usanotecniche di coltivazione non invasive, biologiche o biodinamiche, in modo da ridurre gli spostamenti dei prodotti e gli sprechi energetici, nonché gli inutili sprechidi imballaggi superflui che vanno ad ingombrare le già sovraccariche discariche. La cosa che più caratterizza i GAS è la relazione diretta tra produttori econsumatori, eliminando passaggi intermedi, riducendo i costi e soprattutto creando un rapporto di fiducia e collaborazione reciproca con un controllo direttosui beni acquistati. Formare un Gruppo d’Acquisto Solidale è abbastanza semplice: un gruppo di persone si incontra, di solito presso sedi di associazioni o botteghe del mondo peril commercio equo e solidale e decide di quali prodotti ha bisogno, poi comincia la fase della ricerca dei fornitori, generalmente si tratta di piccoli produttori oartigiani locali. Comincia dunque anche un percorso di conoscenza del territorio, si trova un accordo vantaggioso per le due parti e non rimane altro da fare che raccogliere gli ordini estabilire i compiti. Normalmente quando i gruppi sono piccoli basta una sola persona per la gestione (al massimo due),i compiti sono molto blandi e non ci sono adempimenti burocraticidi sorta. Negli ultimi anni anche la politica si è accorta dell’enorme diffusione di questo fenomeno, tanto da definirne l’attività nella scorsa “finanziaria”presentata dal Governo Prodi come “soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione deimedesimi con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale”. I GAS sono una vera alternativa ad un sistema economico fittizio, basato suricchezze virtuali e non reali. Ogni giorno i mezzi di comunicazione ci dicono che sono stati bruciati in borsa centinaia di miliardi di euro da qualche strano fuocoalchemico che solo gli economisti conoscono, i più potenti speculano su beni di prima necessità impoverendo i più deboli e spingendo sempre più verso la soglia di povertà quella cheun tempo era considerata la classe media, mentre l’unica soluzione della Banca Centrale Europea alla crescente inflazione causata dall’aumento del prezzo del petrolio è alzare ilcosto del denaro, arricchendo sempre di più le banche e facendo perdere potere d’acquisto ai cittadini.Con i Gruppi d’Acquisto Solidali il potere è condiviso, ogni attore fa la propria parte nel rispetto reciproco, i piccoli produttori hanno il vantaggio di non esseresoggetti a grossisti che spesso pagano un prezzo al di sotto del reale valore della merce, in più hanno la convenienza di utilizzare un canale sicuro che col temposi allarga, senza il bisogno di investire in pubblicità ma solo sulla qualità. I consumatori hanno dalla loro la possibilità di controllare i processi produttivi, assicurandosiche vengano utilizzate solo materie prime di alta qualità e a basso impatto ambientale, hanno il vantaggio di prezzi più concorrenziali eliminando passaggi di mano inutili, investendonella crescita economica del proprio territorio e cosa fondamentale… diventano protagonisti dei processi economici e non schiavi delle imposizioni delle multinazionali.

27 giugno 2008

Torraca: la prima LED City al mondo


L’Elettronica Gelbison riceve un encomio
da “The Economist”
CERASO (SA). Emirati Arabi, Burundi, Ucraina, Israele, Inghilterra, Spagna, Germania, USA, sono solo alcuni dei paesi che sono entrati a far parte di un sogno: dare nuove prospettive di sviluppo ad una zona a forte vocazione turistica ma che con il turismo “campa” poco… il Parco Nazionale del Cilento. Ci sono voluti ben 7 anni e una rielaborazione del progetto iniziale “perché l’idea imprenditoriale non era credibile”, per far si che “Sviluppo Italia” concedesse un prestito e permettesse la concretizzazione del sogno di Filadelfio Cammarano, fondatore e Amministratore Delegato di Elettronica Gelbison che oggi lavora con numerosi Paesi in tutto il mondo.
Così nel 2000 lascia l’incarico presso l’ufficio tecnico comunale di Ceraso e parte con il suo primo progetto, la produzione di tastiere a membrana, ma ormai la concorrenza dei paesi asiatici era già troppo forte per poter continuare, cosi alcuni dei soci iniziali di Cammarano decidono di abbandonare l’attività, prevedendo nel giro di 6 mesi il fallimento della società.
Ma la caparbietà, la versatilità e la lungimiranza dell’Amministratore Delegato sono tra le sue migliori qualità, abbandonato anche il progetto per la produzione di resistenze su film a basso voltaggio per non far appannare gli specchietti retrovisori delle auto, trova la sua strada producendo per la FIAT i quadri di bordo per le auto, le moto e gli scooter. Tutte le produzioni, però, facevano parte di un puzzle che pian piano prendeva forma, il settore ricerca della Elettronica Gelbison sviluppa così un prodotto innovativo per la sicurezza stradale: l’illuminazione a LED (light emitting diods). Con il centro ricerche FIAT e con l’ANAS partecipa al progetto “INFONEBIA” per sviluppare “sistemi di controllo e monitoraggio, sistemi di comunicazione e nuove soluzioni di illuminazione e di messaggistica luminosa”. L’illuminazione dei tratti sperimentali, 2 km sulla Padova/Brescia, dimostrano l’efficienza di un sistema che non si basa più su illuminazione passiva, se a questo si aggiunge anche un basso consumo energetico,
la lunga durata delle lampade a LED e la scarsa manutenzione che dovrebbe limitarsi solo alla sostituzione delle lampade arrivate a fine carriera o danneggiate in caso di incidenti, ci si può rendere conto dell’enorme innovazione di questa nuova tecnologia. Questo tipo di illuminazione è stata adottata per la prima volta nel mondo per estensione, sulla Futani-Centola e nella
galleria San Vito della variante SS18, ma l’applicazione che ha portato alla ribalta internazionale la società di Ceraso è il progetto di illuminazione del piccolo borgo di Torraca, voluto dal sindaco Daniele Filizola. In questo comune, la tecnologia a LED è stata applicata a tutta l’illuminazione
pubblica, portando un risparmio energetico che va dal 30% al 60% con punte che toccano il 66%.
Questo progetto ha portato l’Elettronica Gelbison sullo scenario internazionale, meritandosi addirittura un encomio da parte di “The Economist” che in un articolo pubblicato il primo
dicembre 2007 è presa come l’esempio che le grandi società di elettronica come la Philips e General Eletrics dovrebbero seguire. Ma purtroppo siamo in Italia, e come si sa da noi le grandi potenzialità e innovazioni spesso vengono osteggiate, c’è già chi attacca il progetto di Torraca
per gli alti costi, non tenendo conto delle prospettive future di una sperimentazione che fino ad ora ha ottenuto ottimi risultati certificati dalle bollette di consumo energetico e dal bassissimo inquinamento luminoso che ha, finalmente, fatto riscoprire la bellezza del cielo stellato.
Ma il soggetto del paradosso più incredibile è l’ANAS (cioè lo Stato) che non ha dato continuità al progetto “INFONEBIA” e non ha dato risposta ad una disponibilità di Cammarano ad occuparsi gratuitamente della manutenzione dell’illuminazione della Futani/Centola e della galleria San Vito.
Tutto ciò amareggia l’Amministratore Delegato, “la verità è che in Italia ci sono i mercenari della ricerca, si danno soldi a chi fa studi sui colori dei fagioli, cosa sacrosanta, ma che non porta innovazione concreta e sviluppo se non una gratificazione a chi l’ha svolto, dovrebbero mandare a casa tutti quelli che hanno gestito la somministrazione dei fondi per la ricerca, i risultati sono sotto gli occhi di tutti, in un Italia che ha perso la battaglia per la competitività, i progetti che
abbiamo presentato, alcuni proprio riguardanti i LED, sono stati bocciati da comitati di valutazione che comprendevano anche psicologi, che con la tecnologia hanno poca dimestichezza,
e che certamente non potevano valutarne la validità da un punto di vista scientifico-economico. Stiamo studiando la fattibilità della produzione di celle fotovoltaiche flessibili trasformando il silicio in pasta serigrafica, il che abbatterebbe i costi di produzione, ma il problema è sempre
il reperimento di fondi per la ricerca” incalza Cammarano, “il sistema bancario non ci aiuta di certo, badando solo ai numeri, non si tiene conto delle potenzialità di sviluppo”.
“Noi siamo arrivati ad investire anche l’80% del nostro fatturato nella ricerca, questo è l’unico modo per essere all’avanguardia, per vincere la competizione con i paesi emergenti, che non potrebbero far altro che rincorrerci, noi però, avremo sempre un vantaggio se continueremo su
questa strada”. La ricetta per un impresa vincente, quindi, per l’Amministratore di Elettronica Gelbison è ricerca, valorizzazione delle professionalità ed efficienza. “Non è tanto la mancanza di infrastrutture nel nostro territorio che ci penalizza, quanto la presenza di infrastrutture
burocratiche. Sono convinto, comunque, che la vera energia alternativa sia il risparmio energetico”.

26 maggio 2008

CASO Molinette: efficienza o sfruttamento?

Una multa per troppo lavoro,
il direttore generale Galanzino pronto alle dimissioni


TORINO. Nata all’inizio del secolo scorso l’Azienda Ospedaliera Molinette è il terzo ospedale d’Italia: 1200 posti letto, 5400 dipendenti, vari reparti di eccellenza tra cui il reparto di “Cardiochirurgia” diretto dal prof. Rinaldi, il “Centro trapianti di fegato” diretto dal prof. Salizzoni e “Nefrologia Dialisi e Trapianto” coordinato dal prof. Segoloni. Proprio questi reparti, però, sono costati una multa da 110 mila euro, inflitta dal Ministero del Lavoro per via delle eccessive ore di attività del corpo medico e paramedico. Una sola sigla sindacale delle oltre 30 presenti nel nosocomio (il sindacato degli infermieri Nursing Up - che ha la maggioranza di iscritti tra i paramedici), ha chiesto l’intervento dell’ispettorato del lavoro, che dopo un sopralluogo ha deciso di applicare una sanzione per punire i turni massacranti ed i troppi straordinari. Il Direttore Generale dott. Giuseppe Galanzino non ci sta a fare la parte dello sfruttatore dei lavoratori e pure ammettendo che nei due reparti i medici e gli infermieri siano sovraccaricati precisa che “in discussione c'è la vita umana” e non la produzione di un semplice bene effimero. Va da sé che fare il medico o l’infermiere non è un mestiere ma una missione, raggiungere l’eccellenza in un reparto non è solo una questione di prestigio ma anche un servizio indispensabile per i cittadini che sanno di poter contare su tecnologie all’avanguardia e su personale altamente specializzato.Quello che viene messo in discussione non sono i sacrosanti diritti dei lavoratori, ma la sanzioneinflitta pare dimostrare il contrario. Per ora è tutto fermo in attesa della risposta al ricorso gerarchico presentato dalla dirigenza. Il problema principale è che le Molinette si sviluppasu un area di circa 15.000 mq con 30 sale operatorie e 18 blocchi ognuno dei quali deve avere una propria equipe.“Più di quello che è stato fatto finora per la gestione del personale, non poteva essere realizzato, inoltre dall’inizio dell’anno sono state fatte 40 assunzioni e contiamo di farne ancora altre”, spiega il Direttore Generale. La mobilità tra i reparti è difficoltosa, oltre che per la questione della formazione di figure altamente specializzate che può durare dai 6 mesi ad 1 anno, anche perla mancanza di figure professionali visto che nel 2007 la richiesta di infermieri è stata più alta dell’offerta.“C’è una mancanza di vocazione e le cause vanno ricercate tra le mansioni poco specialistiche a cui, purtroppo, spesso i paramedici si devono prestare. Ad esempio negli ultimi anni c’è stato un aumento di malattie cardiovascolari in età avanzata, prendersi cura di questi pazienti non è quello che si potrebbe considerare un lavoro altamente specializzato, se si tiene conto dei bisogni di un anziano costretto per quasi tutto il giorno in un letto. Questo è un lavoro da cui noi italiani ci stiamoallontanando, noi ad esempio abbiamo alle nostre dipendenze 40 unità che fino a qualche mese fa erano considerati extracomunitari, persone che vengono dall’est Europa”.Comunque la dirigenza sta mettendo in atto una serie di iniziative per cercare di superare l’empasse. Un aiuto può venire dall’utilizzo di infermieri esterni per il reparto di cardiochirurgia o dall’incentivazione economica, oppure potrebbe venire dalla differenziazione dell’equipe di espianto, composta da un medico e da un infermiere che in qualsiasi momento del giorno o della notte in auto o in aereo si recano all’ospedale dove è custodito il corpo del donatore, da quella di trapianto.Ma il duro lavoro dei reparti spesso spaventa, “non esistono festività, a Pasqua le equipe sono state impegnate in 2 trapianti di reni e 4 di fegato uno dei quali è durato più di 11 ore, poi solitamente il lavoro si concentra il fine settimana, quando il fenomeno delle stragi del sabato sera, purtroppo, coincide con una maggiore disponibilità di organi, se a questo si aggiunge la reperibilitàe gli straordinari, ci si può rendere conto di quanto questa mansione può essere stressante”.Comunque i rapporti tra chi dirige l’ospedale, i primari dei centri di eccellenza e gli infermieri sono buoni, ognuno per la propria parte è conscio di far parte di un ingranaggio che deve essere ben oleato e molto unito, non sono ammesse esitazioni quando sono in gioco vite umane, ed è proprio per questo motivo che la multa subita dalle Molinette pare paradossale, evidenziando un vuoto legislativo, un buco nero in cui potrebbero cadere anche altre strutture d’eccellenza, aprendo unarincorsa verso la mediocrità per non incorrere in sanzioni. Un cittadino quando si rivolge ad un ospedale per una malattia grave, non domanda se un infermiere o un medico ha sforato il monte ore, chiede di essere ascoltato, chiede che gli siano fornite le cure migliori con i mezzi migliori, 110.000 potevano essere impegnati per il miglioramento delle strutture, visto che le Molinette ha anche un problema strutturale, è un ospedale vecchioed avrebbe bisogno di costosi lavori di ristrutturazione. Lo scorso anno in cardiochirurgia sono stato effettuati oltre 1000 interventi, con 177 trapianti di reni portando le Molinette ad essere il primo ospedale d’Italia, mentre 136 trapianti di fegato lo hanno portato ad essere il primo in Europa. “Io devo essere in grado di assicurare ai pazienti un centro di prim’ordine, sono pronto a dimettermi se la multa verrà confermata o se mi chiederanno di ridurre l’attività operatoria”, tuona Galanzino.

07 maggio 2008

Il sogno di Di Salvo nel degrado di Scampia



Le Vele: da utopia periferia…
E’ quasi finito il 1997 quando si mette in atto il piano per demolire definitivamente quello che era stato il sogno utopico di Franz Di Salvo, l’unico caso in Italia in cui un progetto di riqualificazione urbana passa per la demolizione di interi agglomerati: le famose Vele, simbolo del degrado del quartiere di Scampia.
Agli inizi degli anni sessanta, la Cassa del Mezzogiorno dà mandato a Di Salvo per la realizzazione di quello che doveva essere il fiore all’occhiello dell’edilizia popolare non solo per la città di Napoli, ma per l’intera nazione. Il progetto non delude le aspettative, due tipi di strutture, a torre e a vela, spazi giochi, centri sociali, scuole e attrezzature collettive, tutto quello che serviva alla creazione di un mega quartiere residenziale.
Ma l’Italia è il paese dei paradossi, il fiore è appassito prima ancora della posa della prima pietra, e si è trasformato, all’insaputa del progettista che non seguì le fasi di realizzazione in un pugno nello stomaco.
Le Vele, a causa di adeguamenti strutturali mal progettati, diventano tristi gabbie di 14 piani, con ascensori perennemente fuori uso, con la distanza tra i due corpi di fabbrica accorciata e con i ballatoi sospesi che, diminuendo lo spazio, interrompono i flussi appositamente studiati da Di Salvo per il ricambio d’aria e il passaggio della luce.
Così il progetto nato dall’ispira-zione delle "unitès d’abitations" di Le Corbusier realizzato a Marsiglia e le strutture "a cavalletto" di Kenzo Tange, si è trasformato in un carcere a cielo aperto, in cui le aspettative di interi quartieri di Napoli, lì deportati dopo il terremoto dell’80, sono state imprigionate e dove la fantasia dei bambini è stata schiacciata sotto il peso di tonnellate di cemento e ferro.
Ed ai 44.000 abitanti "legali" vanno aggiunti 60.000 abitanti "abusivi" che, oltre ad occupare appartamenti già assegnati, hanno murato scantinati e ballatoi, trasformando in scatole senza aperture spazzi destinati all’uso comune.
Eppure tutta la zona di Secondigliano, compresa la zona di Scampia, era zona di villeggiatura per gli antichi romani, dove canapa e frutta la facevano da padrone.
Da qui partivano i carretti che portavano le primizie e le prelibatezze nate da un suolo baciato dalla dea Cerere, fino alle case dei nobili e dei notabili della città di Napoli, i racconti parlano di distese profumate dei frutti più succulenti, dove le famose mele annurche giacevano distese su letti di paglia in attesa di una lenta maturazione.
Ma il ricordo di una terra fortunata ha lasciato il posto all’angoscia che ha provato chi, almeno una volta, si è fermato alla base di questi casermoni di ferro e cemento, i suoni e i profumi hanno lasciato spazio al degrado di un progetto d’avanguardia, pensato bene ma nato malissimo.
Tutto questo ha fatto sì che il nome Scampia sia andato ad ingrossare l’elenco delle periferie degradate d’Europa, assieme al quartiere Zen di Palermo e alle banlieue parigine, degrado e malvivenza che però cozzano con la forza di chi, in quelle zone resiste e cerca di sopravvivere, tentando di scrollarsi dalle spalle il peso di un nome carico di negatività.
La riscossa/riqualificazione passa per i centri di aggregazione, gli spazi sociali, per la nuova sede della protezione civile e della facoltà di medicina, ma dopo 12 anni ancora solo progetti, un centro commerciale che avrebbe impegnato circa 600 persone ed altrettante sarebbero state impiegate dall’indotto, occasione ormai sfumata. Il parco telematico è l’unico lavoro già consegnato, in concomitanza all’apertura delle strade a scorrimento veloce e della metropolitana, che, finalmente,in pochi minuti collegano la periferia al centro di Napoli.
Nel 1995 viene approvato il piano di riqualificazione, si decide di abbattere le vele, troppo costoso e difficile rimetterle in sesto e nuove anonime costruzioni cominciano a sorgere tutt’intorno a quel sogno trasformato in un incubo da cancellare.
Il primo tentativo di abbattere il fabbricato F (1997) è andato a vuoto, nonostante i 125 kg di dinamite posti alla base dei pilastri, la Vela è rimasta lì, claudicante, ma in piedi, a rappresentare il carattere e la forza di chi da quel quartiere non vuole andare via e tenacemente combatte tutti i giorni per cambiare non solo la propria vita ma anche di chi gli vive attorno, nonostante la camorra e nonostante le istituzioni.
Per molti giorni le immagini del gigante azzoppato hanno fatto il giro del mondo, per molti giorni gli abitanti di Scampia hanno finalmente avuto qualcosa di cui essere orgogliosi, la loro storia non si è lasciata cancellare semplicemente con un colpo di cassino. C’è chi sostiene tuttora che almeno una Vela bisogna lasciarla sù, riconsegnarla al quartiere sotto forma di spazi, quegli stessi spazi che erano stati strappati dal sogno di Di Salvo per ridare a quegli abitanti una memoria collettiva.
Una memoria che, altrimenti, avrebbero perso nuovamente.